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LE POESIE DI DAVIDE BIDIN
Delirio di uno schizofrenico
In tutta la vita ho imparato
cosa è importante in una persona
il primo è l'ultimo verso
niente più vi è in un ricordo
nient'altro che un delirio
tutto ciò ch'è al centro
tra queste due contraddizioni
incostanti e incontrastate
non è nulla
è vomito a tinte vivaci
è melma al sapor di limone
è il tempo inutilizzato
di una vita sprecata
un vizio
che finisce quando arriva
la dolce assuefazione
al paradosso iniquo
il vizio
eppur v'è dolcezza
nella corruzione.
Com'è dolce il mal di vivere
atterriti ancora restiamo
guardando l'aspro crepuscolo
di un eterno ritorno
di un acre crepitante credo
inutile è ciò che leggete
perché nulla vi insegnerà
su niente posso indottrinarvi
se non su domande e incubi
il destino di un uomo è quello
saper di non sapere
viver senza volerlo
eppure, avendone bisogno
l'ambiguità di una certezza
la solitudine del proprio essere
che affoga tra i dubbi
solo e sempre dubbi
Che non v'è niente da capire.
Verrà un giorno
Verrà un giorno
Grondante di pioggia battente
Divampante di fatuo calor
Tremante il grembo materno
Il crepuscolo arriverà
Verrà un giorno
Quando l'altrove ci chiamerà
e tutti andrem per mano
Senza paura nel cuore
Senza speranza negli occhi
Verrà un giorno
Non luttuoso
Ma mirabile estatico
Sarà il mattino che conosciamo
Quando la sfera oserà fermarsi
Il destino è promessa
Come l'uomo che fin dal primo
Infantil passo sbadato
Sa del suo mortal fato
Così Mnemosine morrà quel dì
e allora vedremo in noi
Non nubi oscure
Non ombre immateriali
Ma il calore e chiarore
Degli attimi che han reso vivi
Verrà quel giorno
e nei nostri occhi si scorgerà
Tutta l'essenza che al padrone abbiam rubato
Grideremo il nostro istante gioioso
Con la follia del silenzio
Verrà il giorno
Le cui tremuli menti
Che un dì vollero perdere
Lo scorrere della sabbia
Taceranno
Tempo piangerem quell'attimo
Nel ricordo
Il ricordo
Di aver provato a ingannare
Senza saper che lui solo... ci ha ingannato.
Torino in una notte di Dicembre
Annaspo nel freddo pungente
Nell'ultima mezz'ora vissuta
Nella veglia saccente
Tra aliti di ghiaccio
Inciampo per ispide tenebre
Torino in dicembre
Nella neve lievitata di una notte
La luna piangente contemplo
Lo spettacolo celestiale
Di immacolate stelle corvine
Cammino e noto
Come tutto il mondo
Nella notte frigida di un inverno
Si dissipa all'istante
Il mio cuore s'innalza
l'ultima persona della città
Ultimo uomo che affronta
Il tacente gelo
e l'anima comprende
Che questa è vita
Fermo nelle vesti su legno di faggio
Guardo con sorriso distaccato
l'ultima luce soffocata
Nei miei occhi il ricordo
Di un'amore
Rimango per minuti che paion ore
Stabile in quella tenebra abbacinante
Che non brilla di speranza
Ma abbaglia con saggezza
Di donna danzante
Esco dal candido campo
Con una nuova presenza
Entro me si fà nova
l'infatuazione per l'animo mio
Orme nella neve lascio
In una notte di Torino in dicembre.
La ballata del caduto
Sparo
gli occhi mirano il petto scalfito
gettate le membra sulla terra
non un nemico d'innanzi
non vi è mai
sguardo di uomo
riflessione finale
vuoto è l'odio, la tristezza
inutile l'amore, la felicità
la domanda è, cosa si era?
Ancora un barlume sulla camicia
rubino, vino, cherry e mosto
grondante rimasuglio di ciò
che siamo, che eravamo
ma vivo, ho vissuto per via dell'olio carminio?
Qual è il significato di ciò che ero
e ch'è il significante di ciò che ho fatto
mezzo era il mio corpo
senza testa sarebbe morto
sarò idra pel mio retaggio?
Il braccio distende nell'ultima scintilla
la tasca lontana a parer miglia
viene toccata al fine
ne esce un'icona
che riveli il motivo della danza?
Forse speranza per i nascituri
ma se il nato un attimo fa ero io
Forse epitaffio reverenziale
ma se le idee spirano nell'oblio
Eravamo, Siamo, Diventiamo sterco secco?
La foto davanti al volto già mesto
le iridi si mostrano all'astro con l'ultimo sprazzo
atto a scoprir che l'immago
è bianca perché capovolta
è buio cala si alza il sipario.
Tra ombra e raggio
Mi muovo
Piede per piede
Davanti a me solo buio
Dietro Fioche luci
Su di me abbaglio
Mi muovo ancora
Passo dopo passo
Niente mi è chiaro
Nulla comprensibile
Solo le domande
Eppur mi muovo
Senza saper la meta
Senza veder il percorso
Senza motivo mi dilungo
Senza speranza continuo
Ma forse...
Aspetta...
Cosa vi è d'innanzi?
Una luce
Una luce
Non è fioca e intoccabile
Non è abbagliante e imperscrutabile
Non è tenebra inviolabile
è luce
è bellissima
Inizio a correre
Il mio passo è inamovibile
Ma al fine
Arrivo
Arrivo
Stanco, Spossato
Dilaniato, Deriso
Nel corpo e nella mente
Guardo nella luce
Uno specchio
Riflesso il mio sguardo
Nella gemma, come nel fiore
Nel vespro, come nell'aurora
Finalmente una risposta
La accetto.
In pace
Ho ascoltato Raramente Tre parole
Poche volte sincere ma
Quando non c'è casualità
Follia vi è nell'udir
Mille bugie non brillano come una verità
Ti voglio bene
Queste semplici parole
Son bianca polvere novembrina
Rosso chiaror da scogliera
Soave schiuma marina
Ti voglio bene
Cosa si cela dietro versi umani
Cosa son le parole se non vissuti
Ma allora perché sentirle libere
Mi riempie il vuoto dentro
Ti voglio bene
Di Gerico disfatte
La mia anima derisa
Difese inaccessibili la cingevano
Per non ferir il dilaniato
Ma adesso non ne sento il bisogno
In questo solo istante
Le rocce divengon scaglie diamantinee
La nebbia apre l'ali alla luce del mattino
l'abbraccio primo del bambino
Miracolo il sapere di essere così vicino
Da poter toccar con mano
Da saper che in fondo
Nella solitudine dilagante di vita e morte
Qualcuno tiene a te
Del resto le parole son solo suoni
Gettate nell'etere da noi sciocchi avventurieri
Eppur risplendono assolute
l'emozione dal tempo non corrotta
Si rivela illesa... imperitura... perfetta.
Ti voglio bene sentii dirmi un mattino
Aprii gli occhi al primo vero sole
e da allora ogni aurora
Rimango immobile un istante
Fisso verso il cielo turchese
Ti voglio bene
Il mio intelletto è in pace
La parte che sente il viver di male
Tace
Requiescat in Pace
Ho letto troppe tombe
Per riposare in pace
Per tacere
Mentre fuori ancora
Piove
Ho letto troppe lapidi
Con inciso il loro nome
Per capire che il mondo
Non rimane
Alla sola indignazione
Ho impresso i loro volti
Sono sempre pronti
Uomini più grandi
Troppo grandi per me
Che hanno insegnato
Son stato al patibolo
Ricordo i nomi
Gridati dai corpi esposti
Distrutti e depredati
Trangugiati
C'era un Ragazzo che camminava
Perchè la cosa giusta non è mai fermarsi
Aveva uno spettro
Quello del cambiamento
Che con la mano sul ventre l'accarezzava
C'era un Intellettuale che sapeva
Ma la conoscenza come ogni cosa
Se è troppo concentrata
Va purgata
La penna ferisce ma non uccide
C'era un Generale che combatteva
Non per fierezza nè potere
Ma per guardar negl'occhi i figli
L'hanno ammazzato
Perchè le lacrime non hanno onore ?
C'era un Credente che predicava
Una politica d'unione
Uno stato non di croci ma di cuori
Ma gli stolti non han bandiera
Sopratutto i burattini
C'eran due Compari a caccia di lupini
Requiescat in Pace
Portaron la primavera
Quando il gelo ghiacciava il sole
Speranza nel domani
Vivran sulle nostre gambe
Ci son tante anime
Che dormon in collina
Il loro grido sordo
Strugge le mie orecchie
Attarda la mia mente
Muoion folli i muti
Mi scopro a ricordar la lor vita
Con gocce che scendon dalle guance
Con denti serrati e stretti
Mentre fissano la luna
Splendido il ricordo
Qualcosa, anche se poco
Perchè in giorni come questo
Solo la morte mi da la forza
Di alzarmi ancora per sperare
La Notte non si chiede chi Io Sia
Qualcosa di nuovo mi è apparso
mentre camminavo nella notte
un silenzio che tutto copriva
come se il mondo fosse, in totale
simmetrica e composta beltà stridente
come se niente fosse al posto sbagliato
dalla cigolante panchina nel prato
al rivolio inquinato dai cocci verdastri
fin dalle lontane fronde dell'abete struccato
silenzio e nulla, se non
la notte ch'è tutto e niente
non cerca, non lamenta, né condanna
perché, essenzialmente, non le interessa
del barbone che gira pei viali illuminati
da un'oscura luna
dalla nuvola arancia che copre il mondo
di una città periferica
un piccolo angolo di buio
che risplende come raggiante e silente
hotel alla fine del mondo
la notte
se ne frega del viandante
che son io
che, errabondo scivola nelle strade scapestrate
corrucciate da, un'immobile, pozza d'acqua
mentre tra le sterpi più alte si vede il riflesso
d'un rovo dalle acute spine
alla notte non importa cosa ricerca
quel piccolo uomo
che son io
perché nella sua fresca lentezza al passaggio
non nota la cerca ostinata
di cosa, non si chiede
forse, un fiato di labbra rubate
forse, l'ultimo bicchiere di rosso shiraz
forse, ancora, un suono non rivelato
o ancora, la mera ispirazione per un'opra nuova
che poi, son io.
L'anima mia c'ha tutto si piega.
Come puoi star solo?
In questo mondo che vomita in volto
sbuffate d'esistenza avariata
Come puoi star solo?
mentre
corri in cerca di quell'anfratto che chiamiamo
serenità
eppure ci rendiam conto della
"gutturale inefficienza"
del nostro desiderio
siam sempre soli eppure
in quest'epoca di unitarietà globale
rigurgitante personalità sparse
ed aspre
che non ci appartengono
di inutili amene convinzioni
marcescenti
chi può davvero ritenersi solo?
io mi sento solo
certe volte
quando sono in casa chiuso
dove
a malapena odo i rumori assordanti
e inconcludenti provenienti dal mondo
e m'isolo lieto a scrivere farse
ugualmente inconcludenti
su persone che son davvero sole
dentro me soltanto
senza aspettarmi un saluto
un ringraziamento
o una flebile parola
solo allora son solo
solo allora
ma voi
tutti gli altri
e me
come possono definirsi soli?
basta accendere uno schermo invisibile
per capire che tutta la merda che addosso ti cala
tutto il liquame eruttato da coloro che non vogliono esser soli
a cui schifa questa baluginante essenza,
la merda da cui traggo giovamento
non è altro che niente trasfigurante
e allora son solo
l'unico motivo per cui esco ancora di casa
e capire quanto poco le persone
han da dire
e quanto, al contrario
io ho da dire su loro.